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A
circa 11 km. dall'agglomerato urbano sorge un sito,
individuato toponomasticamente come Pomarico
Vecchio, che è stato oggetto –dal 1989 al 1996– di
indagini e scavi archeologici. L'altezza del pianoro
è a 415 mt. sul livello del mare e le altre
coordinate geografiche sono a circa 3 km. dalla
sponda sinistra del Basento e a circa 23 km. in
linea d'aria da Metaponto. I lavori e gli studi sono
stati condotti dall'équipe della prof.ssa Marcella
Barra Bagnasco dell'Università di Torino, le cui
risultanze sono state raccolte in due corposi tomi
–uno di testo, l'altro di foto e tavole:
planimetriche e ricostruttive di oggetti e ambienti–
dal titolo Pomarico Vecchio I. Abitato Mura
Necropoli Materiali, editi da Congedo di Galatina
nel 1997.
Si
tratta di un insediamento, collocabile nel tempo a
partire dalla seconda metà del VI sec. av. Cr. e
sino al III sec. av. Cr. . La posizione di confine
con la chóra metapontina –la regione della Magna
Grecia, che aveva Metaponto come centro principale–,
favorendo un inevitabile processo di osmosi –molti
tratti tipicamente greci sono stati, infatti, lí
riscontrati– ha potuto indurre i primi studiosi a
interpretarne i resti come quelli di un phroúrion
greco –e cioè, di un avamposto fortificato, che
faceva da sentinella, per avvistare gli arrivi
minacciosi di popolazioni ostili–. La campagna di
scavi dell'archeologa torinese ha dissipato, invece,
ogni dubbio circa almeno una parte della
identificazione degli abitanti d'un tale
insediamento. Sottoponendo, infatti, a esame il
rituale di seppellimento e il corredo degli oggetti
funerarii, ne ha stabilito il carattere anellenico
–la non grecità, cioè– e il conseguente carattere
indigeno. Ma ha, tuttavia, accertato un aspetto
particolare di tale indigenità, giacché la posizione
rannicchiata del defunto differenzia i titolari di
quell'insediamento dalle contigue popolazioni dei
Lucani –che adottavano, invece, la posizione supina
di inumazione–, allacciandoli, cosí, da un lato al
popolo dei Choni, che distinti dagli Enotri si
distendevano lungo le valli dell'Agri e del Sinni, e
dall'altro alle genti àpule. Tale individuazione
trova ulteriore suffragio nel corredo funerario, che
si rinviene numeroso di oggetti –arrivando sino alla
cifra di 15–, che accompagna il defunto,
diversamente dalla esiguità della suppellettile, che
caratterizza le altre popolazioni.
Ricchissimo è stato il materiale, che è stato
portato alla luce: ceramica arcaica, a vernice nera,
a figure rosse e a rilievo; unguentari; vasellame da
mensa (piatti, coppe, bicchieri); vasellame da
dispensa (olle, bacili); vasellame da mescita
(crateri, anfore, lékhythoi); vasellame da fuoco
(olle –ben 6 diverse tipologie–, pentole,
casseruole, tegami, teglie). Inoltre: monete e
reperti metallici, i quali ultimi vanno dalla
suppellettile domestica (per es., frammento di una
grattugia) a oggetti di toeletta (2 anelli
fermatrecce, un ago crinale –cioè, per tenere
raccolti i capelli– e una spatola per preparare e
stendere cosmetici), a monili (un pendente a forma
di sigma, 3 fíbule) sino a armamenti.
Per il fatto di essere di piccole dimensioni
–l'estensione del sito si aggira intorno ai 3 ha.– e
perché era completamente intatto da indagini, è
stato considerato dagli addetti ai lavori "come
modello […] per i risultati raggiunti", nonché "come
esempio di proficua collaborazione tra
Soprintendenze ed Istituti Universitari".
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